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I parte del sondaggio: “Kelly Global Workforce Index”

Il lavoro nobilita: saggezza popolare? Non solo

 

Kelly Services, multinazionale americana fondata nel 1946 a Detroit, è specializzata nel settore delle risorse umane ed opera in 38 paesi del mondo tra cui l’Italia. In seguito ai notevoli riscontri ottenuti negli anni passati, Kelly Services ha proseguito il progetto “Kelly Global Workforce Index” conducendo una nuova indagine internazionale dedicata alle opinioni dei lavoratori sul mondo del lavoro.

Il lavoro nobilita: saggezza popolare? Non solo. A suffragare quanto affermato dal celebre detto l’82% (49% dato italiano) dei lavoratori di ben 34 Paesi che hanno riferito di provare orgoglio per la professione svolta. È quanto emerge dalla prima puntata 2009 del Kelly Global Workforce Index, il monitor che Kelly Services , ha commissionato all’Istituto Galaxy Research di Sydney su un campione di 100.000 lavoratori, di cui oltre 4.000 italiani.

C’è di più. Infatti, ben il 77% degli intervistati (59% il dato italiano) afferma con sicurezza che l’esercizio della professione concorre al miglioramento della propria autostima.

Nella società moderna il ruolo giocato dal lavoro nella vita del singolo individuo non si esaurisce all’esercizio di un’attività finalizzata al guadagno, ma determina in modo importante il benessere psicofisico della persona – dichiara Stefano Giorgetti, Direttore Generale di Kelly Services. Per questo, anche se con percentuali nettamente inferiori a quelle degli altri Paesi coinvolti nel KGWI, anche in Italia un alto numero di lavoratori correla i concetti di orgoglio e di autostima a quello di lavoro”.

E dato che “non di solo pane vive l’uomo”, probabilmente per migliorare una situazione professionale non del tutto appagante, il 78% degli italiani (59% il dato globale) afferma di avere l’intenzione, nei prossimi 12 mesi, di cercare di un nuovo lavoro. Una percentuale molto alta in termini assoluti, che acquista una rilevanza ancora maggiore se confrontata con quanto dichiarato dai “colleghi” di altri Paesi. In particolare, è curioso osservare come negli USA, dove il mercato del lavoro è caratterizzato da una forte mobilità, si registri, paradossalmente, il valore più basso: solo il 40% degli americani dichiara, infatti, l’intenzione di cercare una nuova occupazione entro il 2009.

L’alta percentuale di lavoratori che dichiarano l’intenzione di cercare un nuovo lavoro è un dato che deve essere letto con attenzione. Negli ultimi anni, nel nostro Paese sono, infatti, sempre di più le aziende del mondo dei servizi e questo ha comportato una crescita delle opportunità occupazionali nel terziario in cui il tasso di mobilità dei lavoratori è più elevato – commenta GiorgettiIn questo senso, quando affermano la volontà di spostarsi in un’azienda diversa da quella presso la quale sono occupati, molti lavoratori esprimono più la volontà di avanzare nel proprio percorso di carriera che il reale desiderio di lasciare colleghi, responsabilità e rapporti consolidati.

Ben il 43% degli italiani, inoltre, è convinto che l’attuale posizione lavorativa non abbia portato al raggiungimento dei propri obiettivi di carriera. Se questo è sicuramente comprensibile per quella che i sociologi hanno battezzato generazione Y[1]  (in questo caso, la percentuale sale al 47%), e che identifica i lavoratori più “junior”, sorprende che anche i colleghi più maturi, i baby boomers, nel 46% dei casi condividano la medesima posizione.

La ricerca fotografa, dunque, una forza lavoro non del tutto soddisfatta del proprio percorso di carriera, anche se ciò non dipende dalla scelta della tipologia di professione (solo il 27% a livello globale e il 28% a livello italiano cambierebbero tipo di lavoro), e fortemente motivata a migliorare la propria condizione.

Ben il 51% del campione (57% il dato italiano) sarebbe, infatti, disposto a vedersi abbassare lo stipendio o a rinunciare alla posizione attualmente ricoperta pur di poter accedere ad una carriera più stimolante.

La mobilità che oggi caratterizza il mercato del lavoro determina nei dipendenti l’idea che il passaggio da una professione a una mansione diversa rappresenti una sfida e una possibilità per crescere e migliorare le proprie competenze, non solo sul piano professionale ma anche per quanto concerne l’aspetto umano. In questo senso è ragionevole supporre che gran parte degli intervistati che si sono dichiarati disponibili a rinunce retributive o regressioni in termini di carriera, nella realtà non agirebbero coerentemente con quanto affermato. – precisa Giorgetti.Il vero valore di questo risultato è, invece, quello di testimoniare la crescente importanza che oggi assumono gli asset immateriali, come l’orgoglio per i compiti svolti e le responsabilità assunte, nel determinare il livello di soddisfazione del lavoratore rispetto al proprio ruolo in azienda. Un aspetto, questo, che non può e non deve essere ignorato dai responsabili HR”.

Tornando ai dati, si può affermare che a livello globale i giovani sono quelli che, forse perché hanno meno da perdere in termini economici e di prestigio, più spesso si renderebbero disponibili a rinunce per “il lavoro dei sogni” (dato globale 51%). Diversamente da quanto ci si aspetterebbe, però, non esistono grandi differenze tra le posizioni assunte dalle diverse generazioni: in Italia, per esempio, il 60% dei lavoratori tra i 18 e i 29 anni, il 59% dei colleghi di età compresa tra i 30 e i 47, e il 55% dei “baby boomers” si dichiarano disposti a rimettere in discussione i risultati professionali raggiunti per abbracciare una nuova e più stimolante sfida lavorativa.

 

Milano, Maggio 2009

 

[1]   Con generazione Y si intendono gli individui di età compresa tra 18 e 29 anni; generazione X identifica persone di età tra i 30 e i 47 anni; Baby Boomers tra i 48 ai 65 anni.

KGWI 2008

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